Bosco De’ Medici: come il viaggio di George Taylor sulla Icarus

icarus

La storia dell’azienda agricola Bosco De’ Medici mostra diverse somiglianze con quella del viaggio di George Taylor, il protagonista del film “Il Pianeta delle Scimmie”. Un kolossal troppe volte imitato, mai eguagliato, oggi nella National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nel raccontarvi la bella giornata a Pompei in compagnia di Antonio Russo e di Giuseppe Palomba, rispettivamente responsabile della comunicazione/marketing e proprietario dell’azienda agricola Bosco de’ Medici, abbiamo volontariamente trascurato di qualcosa relativamente alla storia di questa azienda.

icarusCiò è successo perché – quando ci siamo riuniti per rielaborare gli articoli per questa nuova recensione – ci siamo subito resi conto che l’abbinamento artistico andava verso una direzione ben precisa. C’era qualcosa che avevamo già visto in un’opera cinematografica e che ci conduceva verso un pairing – e quindi un articolo – che si sono, praticamente, fatti da solo.

Più che l’intero film, in sé, quella che ci ha colpiti è stata la somiglianza fra il viaggio di George Taylor sulla Icarus, il punto di partenza fondamentale di tutta la storia del franchise del Pianeta delle Scimmie, con la storia dei Medici che hanno dato il nome al resort/azienda.

Nel film con Charlton Heston del 1969 – diciamo film perché il libro di Pierre Boulle racconta la stessa storia ma in maniera un po’ diversa – George Taylor è un astronauta che decide di partire per un viaggio spaziale, con l’intento di ibernarsi per i prossimi settecento anni, nella speranza che il genere umano – al loro ritorno – si sia evoluto in una razza più intelligente e pacifica.

Con lui, a bordo della Icarus, partono i colleghi Langdon e Dodge, oltre alla signorina Stewart.

Dalla Icarus alla nostra Pompei

Adesso, immaginate di tornare indietro nel tempo anche voi, e di farlo da questa parte dell’Oceano. Non siete però nel nostro 2019, ma nel Cinquecento, e il vostro nome di famiglia non è Langdon, Taylor o Dodge ma siete parte della nobile e potente famiglia fiorentina dei Medici.

Supponete allora di abbandonare la capitale mondiale del rinascimento, la bella Fiorenza, e di trasferirvi in una zona completamente diversa, nel Sud della penisola italiana, nel cuore del Regno di Napoli, in una zona a ridosso del Vesuvio e a pochi chilometri dal mare.

Arrivate a Pompei, in una zona agricola che trovate estremamente fertile, e comprate un feudo dai principi locali, i quali – esattamente come voi – non sanno minimamente dell’esistenza di una necropoli sotterranea distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Qui iniziate a produrre vino, sfruttando la fertilità dei luoghi e soprattutto la compagnia del Vesuvio che vi osserva da vicino, e continuate a farlo per circa duecento anni, fino ad arrivare a metà del Settecento. Sapete che sotto di voi – in passato – sono state ritrovate delle monete antiche e resti di palazzi antichi, ma nessuno dei sovrani che governano il regno di Napoli ha capito che lì sotto c’è sepolta la storia.

Poi, un giorno di marzo del 1748, Roque Joaquín de Alcubierre, con l’aiuto dell’abate Giacomo Martorelli e degli ingegneri Karl Jakob Weber e Francisco la Vega, aprono un cantiere nella zona di Civita – un lato del quale guarda verso Castellammare di Stabia e l’altro verso Nola – e trovano statue romane, affreschi e scheletri.

In un attimo, tutto quello che la storia aveva raccontato sin dai tempi di Plinio il Vecchio si rivela assolutamente vero. Lì sotto – a poche decine di metri dal suolo e dalle vostre uve – c’è un mondo che è stato cancellato in un istante ma reso imperituro. E allora – anche se ancora non potete saperlo – ecco che vi sentite proprio come George Taylor dopo che questi trova sulla spiaggia i resti della Statua della Libertà di New York.

Il mondo che era è stato distrutto per sempre e noi – come le scimmie del film – siamo gli eredi di quella civiltà.

In conclusione

Senza voler andare a considerare l’aspetto morale – il film, infatti, si scaglia violentemente contro l’innata violenza della razza umana che s’è autodistrutta attraverso una guerra nucleare – l’abbinamento di questa settimana con il Pianeta delle Scimmie è molto emozionale.

A Bosco de’ Medici si vive consapevoli di ciò che è stato e di come la forza della natura può spazzare tutto in un attimo, per quanto la nostra razza sia poi sempre capace di riprendersi e recuperare. Siamo come il Lincoln del Memorial di Washington che – nel remake burtoniano del 2001, ha la faccia di una scimmia. Noi uomini moderni siamo le scimme iper-evolute, i nostri predecessori dell’antica Pompei gli uomini che ci vedrebbero oggi.

 

 

Autore dell'articolo: Ritmodivino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.