Adamo e la sete…del jazz !!!

Adamo e la sua mela

ll “pomo d’Adamo” , colto dall’albero della conoscenza, è l’immagine che tutti noi utilizziamo per spiegare e raccontare l’immensa “sete” di sapere che ha l’uomo da millenni , ecco la sensazione di questo disco Adam’s Apple di Wayne Shorter quella di voler soddisfare quella “sete” , almeno in parte, ricercando nuove tecniche espressive , forme emozionali che diano vita alle immagine che le note stesse suggeriscono. Un disco che ti prende per mano e ha la volontà di andare a spasso per armonie avvolgenti e ritmi caldi.

La stessa sete di conoscenza che abbiamo nel degustare un buon vino.

I Brani

Il primo brano , che da il nome al disco, è pieno di vitalità ed emana una curiosità e una voglia di scoperta , proprio a rievocare la storia del pomo d’Adamo . Il secondo brano intitolato 502 Blues (Drinkin’ & Drivin’) appare calmo e razionale, ma facendo attenzione al modo di suonare di Shorter sembra proprio di trovarsi accanto ad un ubriaco alla guida, che farfuglia e biascica parole senza senso.

El Gaucho, il brano successivo, è un altro pezzo ritmato e vivace, ottimo per quando si vuol fare una bella passeggiata in allegria.

Il quarto brano, Footprints, è un brano piuttosto furtivo e tranquillo, molto rilassante ma anche tecnicamente complesso.

Teru è il pezzo più rilassante dell’album. Il sax di Shorter sussurra melodie adorabili e piene di passione, un pezzo che vi farà innamorare della parte più sensibile di questo straordinario artista. Con Chief Crazy Horse si ricomincia a molleggiare le spalle e il busto, ma moderatamente. È un pezzo piuttosto brioso ma molto composto, visto che ci troviamo a casa del ‘capo’. Le uscite dei quattro strumentisti sono piuttosto tarate, come si può sentire nell’aria, ma nonostante ciò sono libere e cariche di emotività. L’ultimo pezzo,The Collector, è un pezzo del pianista Herbert Hancock ed è un brano di assoluto stampo bop, ricco di virtuosismi tecnici da parte dei quattro componenti del gruppo: Wayne Shorter, Herbert Hancock, Reginald Workman e Joe Chambers. Il fatto che il pezzo sia stato messo alla fine dell’album lo interpreto come un segno liberatorio verso alcune oppressioni descritte nei vari brani del disco, chiudendo questo allo stesso modo in cui era iniziato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *